non fare ad alcun essere vivente ciò che non vorresti fosse fatto a te...

Il progetto AnimAlSee



Nel 2002 la Commissione Europea ha finanziato un progetto di bioetica nell’area “Qualità della vita” dal titolo Animal Alternatives: Scientific and Ethical Evaluation (Anim.Al.See). L’idea di questo progetto era nata dalla constatazione che, mentre i contesti sociali erano fortemente cambiati e tecnica e scienza erano velocemente progrediti, la riflessione filosofica, pur registrando una serie di studi recenti, non sembrava aver accompagnato l’evoluzione che si era avuta nei contesti summenzionati. La discussione sulle alternative alla sperimentazione animale sembrava paralizzata e, soprattutto, vedeva contrapposti scienziati e movimenti animalisti, entrambi su posizioni praticamente immutate negli ultimi trent'anni.
Il progetto ha dunque preso in esame, in un approccio multidisciplinare (biologi, etologi, filosofi) il modello delle 3R per aggiornarlo a partire da alcune considerazioni.

La prima fra tutte è che questo modello è stato elaborato e indirizzato dagli autori alla comunità scientifica: quindi è rimasto poco o per nulla conosciuto e discusso nella società e tra i movimenti [11, 12].
La seconda considerazione è che ogni aggiornamento di questo modello non può prescindere dalla osservazione che nella società, accanto ad aspettative diffuse, si sono anche manifestate molte diffidenze nei confronti della scienza.
La terza considerazione riguarda la scarsa cultura filosofica ed etica presente nel mondo scientifico, e quindi l’ignoranza dell’allargamento delle proprie responsabilità da parte dello scienziato.

Richiederebbe troppo tempo entrare nel merito di questi aspetti, ma basti dire che il termine generico di «alternativa» usato di volta in volta per definire modelli, metodi, strategie, ha fatto credere alla possibilità immediatamente realizzabile di un approccio alternativo universale di facile accesso. Questo punto ha sollecitato un’attenzione particolare, da parte di chi ha lavorato al progetto, al livello semantico e a un’elaborazione di definizioni più chiare e, al tempo stesso, accessibili al pubblico (vedi box). Ciò è stato il risultato di un notevole sforzo di “familiarizzazione” tra biologi e filosofi che ha consentito di pervenire a nuove definizioni, più specifiche se non addirittura differenziate. In conclusione, le definizioni di 'procedure', 'animali' e 'alternative' hanno chiarito che il modello delle 3R è fortemente radicato in un principio morale, che è principalmente il benessere di animali senzienti. Una definizione relativamente aperta e formale di alternative è stata scelta in modo che sia possibile ampliarne, quando necessario, il significato a includere altre prospettive che non quelle specificamente dettate dai paradigmi scientifici.

La seconda considerazione ha reso necessaria un’analisi combinata degli aspetti etici e scientifici per enucleare le resistenze di carattere puramente culturale, ciò che è veramente praticabile in termini di «alternative» e per evidenziarne, al tempo stesso, gli aspetti critici dal punto di vista bioetico (per esempio, l’uso indispensabile di piccole percentuali di siero bovino fetale per il mantenimento delle culture cellulari). Inoltre, per il settore della tossicologia, le contraddizioni tra la richiesta della sicurezza dei prodotti e quella dell’abolizione della sperimentazione animale sono emerse con forza, sottolineando che problemi complessi non possono avere che soluzioni complesse e articolate, come può essere, appunto, il modello delle 3R rivisitato alla luce dei cambiamenti intervenuti ai vari livelli della scienza, della società e della percezione morale.

Infine, è apparso necessario chiamare in causa gli scienziati affinché acquisiscano la consapevolezza che il loro codice morale non è più limitato alla pratica dell’onestà intellettuale nella loro professione (la famosa neutralità dello scienziato quando interroga la natura). Essendo la scienza fortemente cambiata, essendo essa ormai guidata, piuttosto che da curiosità e ipotesi da verificare, dal mercato e dalle tecnologie a disposizione, la comunità scientifica non può esimersi dal discutere dei suoi studi con la società tutta e tenere conto delle opinioni e richieste che da essa provengono. Si è arrivati a proporre persino un giuramento dello scienziato, del tipo di quello di Ippocrate per i medici [13]. A questo proposito, vale la pena ricordare che in questi anni è tornato in auge il libro scritto negli anni Cinquanta da Charles Percy Snow, Le due culture [14]. In quel celeberrimo saggio Snow criticava aspramente l’atteggiamento nei confronti della scienza degli umanisti, invitando questi ultimi ad acculturarsi anche in questo settore, perché il futuro dell’umanità ne sarebbe stato profondamente condizionato. Il libro all’epoca suscitò ampi dibattiti e certamente contribuì ad aprire gli occhi agli intellettuali più conservatori. Oggi, il libro viene di nuovo ripetutamente citato ma con l’obiettivo opposto e cioè di richiamare gli scienziati ad arricchire la loro cultura con quegli aspetti umanistici, e in particolare filosofici, che li aiuterebbero a essere concettualmente più vicini alla società e in grado di comunicare con essa. Forse proprio per questo, il progetto con i suoi risultati e le raccomadazioni saranno di riferimento nella revisione della Direttiva 609. Intanto incomincia a circolare e a essere ben visto anche negli ambienti scientifici, grazie al contributo interdisciplinare che esso rappresenta e alla possibilità che offre di dialogare con la società.

Non a caso il progetto Anim.Al.See ha come motto una citazione humiana:
Indulge your passion for science, but let your science be human, and such as may have direct reference to action and society (4).


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